Il Giardino Giapponese

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Disegnato da uno dei più famosi Maestri di Arte dei Giardini dell'Università di Tokyo, il Giardino Giapponese di Villa Paradeisos è stato realizzato negli anni '90 da una equipe interamente giapponese, che a questo scopo per la prima volta aveva lasciato il Giappone.

Il Maestro e i suoi assistenti hanno ridisegnato completamente una sezione del Parco, creando un ruscello che esce da imponenti rocce, scorre tra aiuole, alberi, pietre e verzura sfociando infine in un grande laghetto; hanno collocato rocce, piante, statue, ornamenti votivi, ciottoli del ruscello, sassi di camminamento, essenze pregiate, intrecci di bambù – tutti scelti in Giappone e per la prima volta approdati in territorio europeo.
L'acqua ti accoglie all'ingresso con una vasca votiva – un unico pezzo di pietra grezza in cui ci si purificano le mani e la fronte – il ruscello dalla cascata scende poi dolcemente con cinque salti, scorrendo su ciottoli scintillanti – anch'essi trasportati tutti quanti dal Giappone – collocati uno a uno in modo da modularne il fruscio. Il suono dell'acqua che corre è infatti il segno distintivo che nella cultura Zen identifica il singolo giardino: ognuno ha un suono diverso, come uno strumento musicale!

Il Giardino Giapponese è un luogo sacro che mette in contatto l'uomo con il divino, attraverso tutti i suoi sensi, non solo la vista e l'odorato, ma anche il tatto con la roccia e la corteccia degli alberi, l'udito con l'acqua, il vento, gli uccelli, perfino il gusto dei lamponi, le fragole e i mirtilli che occhiezzano dalla verzura!

Il sentiero sinuoso che conduce il visitatore improvvisamente si affaccia sul giardino "astratto" – che in occidente chiamiamo Zen garden o Dry garden – che nel microcosmo simbolico della cultura Zen rappresenta l'intero pianeta Terra, con il mare, le terre emerse, l'orizzonte limitato da una siepe di bambù intrecciati, esattamente come la "siepe, che dell'ultimo orizzonte il guardo esclude" de l'Infinito di Giacomo Leopardi: la meditazione Zen e il sentimento del grande poeta italiano, così distanti nel tempo e nello spazio, sono meravigliosamente gli stessi!

Le essenze del giardino – bambù, aceri, pini, ciliegi, peonie – sono quasi tutte autoctone del Giappone, e si sono ormai ben adattate al clima di questo territorio prealpino. In primavera il ruscello scorre tra un fiammeggiante sfavillio di azalee rosse, d'inverno la neve crea spazi e profili magici – le riprese della TV giapponese dei rami di ciliegio fiorito sotto la neve sono diventate un'icona di Villa Paradeisos – quando piove le fronde rugiadose e i profumi creano il massimo del fascino di quest'opera d'arte, che ha attirato l'attenzione e l'ammirazione di innumerevoli visitatori da tutto il mondo, e anche dei media giapponesi, che vi hanno girato molti servizi e anche un film sulla storia e la famiglia dei proprietari.

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Il Giardino Giapponese, perché è così diverso da quello occidentale

Il Giardino è veramente un esempio emblematico di come siano profonde le differenza tra la nostra cultura occidentale e quella orientale, quella giapponese in particolare.

Noi chiamiamo convenzionalmente giardino la stessa cosa – l'antico lemma  indoeuropeo paradeisos è stato scelto dai nuovi proprietari perchè significava proprio giardino – ma "giardino occidentale" e "nihon teien" sono davvero due cose incommensurabilmente diverse.

L’uomo occidentale ha sistemato il giardino come proprio dominio su piante e fiori, collocandole in file di alberi dello stesso tipo, della stessa grandezza; potandole a suo piacimento per ridurle a figure geometriche coni, sfere, cilindri; collocandole in uno scenario architettonico il cui il disegno del terreno, le prospettive, il rapporto tra la vegetazione e il palazzo o la villa sono dettate dal modello mentale dell’uomo. Il messaggio complessivo che il giardino occidentale dà è: l’uomo, creato da Dio a sua immagine e somiglianza, si pone rispetto alla natura e ai suoi prodotti – piante, fiori, rocce, acque – come padrone che le sistema secondo un disegno della sua mente e della sua volontà, per fini utilitari – luoghi di passeggio, di adunanze e feste, di sfoggio per le carrozze che vi transitavano in passato o dei salutisti che vi fanno footing oggi – o anche per fini estetici, l’estetica essendo appunto il disegno geometrico e la collocazione scenografica.

L’uomo giapponese non ha né un Dio creatore e non pone a priori l’uomo in una posizione dominante nella piramide della natura, ma anzi vede la Natura come Divina, popolata di forze potenti e vitali – i Kami, che generano, non creano i fenomeni naturali. La Natura quindi è l’ambiente in cui esprimono la loro vita, il loro sentire, il loro talento, la loro forza, tutti gli esseri che vi partecipano: un filo d’erba e un sassolino, un fiore o un grande albero secolare, l’acqua che scorre in un rigagnolo o la grande cascata, la brezza leggera o il vento impetuoso e terribile, la pace delle nuvole o i tuoni schioccanti o i lampi, l’insetto iridescente o la scimmia che così vicina è all'uomo. Il quale uomo non è un re, ma un partecipante alla pari in questa caleidoscopica, cangiante e fluttuante realtà, che osserva con stupore, meraviglia ed estasi, assaporandone con tutti i sensi non solo l’astrazione generalizzante della mente, ma soprattutto le dimensioni estetiche e anche morali.

Il giardino per i giapponesi è allora una rappresentazione, in piccolo, della Natura Divina: nella tradizione quando si  costruiva una casa, si disegnava prima il giardino, cioè la natura in cui essa veniva collocata. Ancora oggi a Tokyo, che è il più grande agglomerato umano del mondo, i parchi pubblici e le zone verdi sono per ogni dove, ogni casa ha il suo giardino, e anche gli appartamenti, financo i più minuti, hanno, tutti, una decorazione di piante e fiori. Le massaie giapponesi nella lista della spesa hanno sempre una pianta o un mazzo di fiori da comprare.

La Natura è divina, il Giardino è la rappresentazione della Natura, e quindi l’uomo deve cimentarsi nel disegno e nella creazione del giardino, come se facesse un’opera d’arte: esattamente come noi in Occidente per secoli nella pittura e nella scultura abbiamo preso a soggetto le storie di Gesù, della Madonna, dei Santi, gli episodi biblici e dei Vangeli.

E allora ne sortisce, per il Giardino Giapponese, qualcosa di completamente diverso dal Giardino Occidentale: l’artista che lo crea, sente di comporre un ordito che accoglie piante, fiori, acqua, rocce, gocce, riflessi, attraverso il quale egli mette in contatto tutti i sensi dell’uomo col grande invisibile che ci circonda, col sopramondo della Natura Divina. Il suo compito è di creare, o meglio ricreare la natura con squisita perizia insieme ad estrema semplicità, senza farsi vedere né ricordare. Non ci sono regole o geometrie, eppure c’è una geometria profonda, intima, non euclidea, che l’anima, quasi a dispetto della mente, in una dimensione sognante ed estatica in cui tutti i sensi sono esaltati.

Il Giardino Giapponese è più importante di trattati, di dimostrazioni, di Summae Theologicae: è il canto delle cose, è la Natura divina che risplende. Quando lo attraversi, vedi luci e colori, senti sussurri e suoni, tocchi la rugosità di una pianta o i contorni e il freddo di una roccia, sei inebriato dai profumi. Il Maestro che l’ha composto ha puntato altissimo e fa centro: che differenza c’è tra il suo ordito e i movimenti di una sinfonia? Non pianoforte e violino, ma foglia e sasso; non flauto e contrabbasso, ma acqua e vento, non fiati ed archi, ma sfarfallio di luci e fruscio di fronde.

Il Giardino Occidentale è figlio dell’intelletto, quello Giapponese è figlio dell’Amore

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